Bambina dimenticata in auto: non giudichiamo, potrebbe succedere anche a noi
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Bambina dimenticata in auto: non giudichiamo, potrebbe succedere anche a noi

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La tragedia immane che ha colpito questa piccola bambina, i suoi genitori e tutta la sua rete familiare, ci riguarda due volte. La prima, perché è compito degli umani avere una grande attenzione e compassione verso i propri simili in queste drammatiche circostanze. La seconda, perché ci dobbiamo ricordare che nessuno di noi è immune da stati mentali, occasionali, che possono generare anche gravissimi danni.
Un uomo medio italiano di soli cinquanta o sessanta anni fa, doveva prendere in un giorno forse una decisione importante. Oggi, nel nostro paese, tutti noi abitualmente dobbiamo prenderne almeno dieci volte di più. Nella nostra vita privata, per la vita dei nostri figli, sul lavoro. Siamo perennemente iper connessi con tutti i nostri strumenti informatici, primi tra tutti gli smartphone, dunque emotivamente e cognitivamente sotto stimolo.

Dobbiamo vigilare, controllare, supervisionare. Va ricordato però che ogni decisione ha un costo cognitivo. E doverne prenderne tante aumenta il dispendio delle nostre risorse, che non sono infinite. Per questo viviamo in un mondo di appunti e promemoria. Per aiutare quelle che in psicologia si chiamano “funzioni esecutive”. Ossia le complesse modalità con cui la nostra mente cerca di far fronte agli stimoli esterni (di ogni tipo), che devono essere percepiti, memorizzati, elaborati in modo da pianificare una corretta risposta comportamentale.

Per gestire l’enorme mole di questo lavoro quotidiano, la nostra psiche organizza ed automatizza molti dei nostri copioni sociali. Genera dunque automatismi che agiscono sotto il livello consapevole, come nel guidare. Ma il sistema non è infallibile. Infatti basta una piccola interferenza cognitiva imprevista, una telefonata inattesa, un problema al lavoro non contemplato, l’incontro di una persona che non si vedeva da anni mentre camminiamo, che il nostro “copione sociale” si può inceppare. Questo è il limite principale dei nostri pur utili processi cognitivi automatici.

E anche dover portare il figlio al nido lo è. Mentre sto scrivendo, con ogni probabilità nel nostro paese questo problema sta capitando a decine di migliaia di persone. Ma per fortuna i danni non sono in genere così gravi da finire in cronaca. E basta che riflettiamo se non ci sia mai capitato, in una vita da guidatori, di vedere una precedenza o uno stop troppo tardi, ed essere stati graziati. Eppure, questa semplice distrazione, avrebbe potuto uccidere il figlio di qualcuno e solo il caso ci ha risparmiato.

Lo stesso vale per episodi tipo quello per cui oggi siamo a disperarci. Se si contasse, in Italia o in Europa, quanti bambini sono rimasti negli ultimi 12 mesi più o meno a lungo abbandonati sul sedile di un’auto, ma per fortuna senza esiti mortali, rimarremmo stupiti del dato. Troppe sono le richieste che noi facciamo a noi stessi e che gli altri fanno alla nostra mente.

E spesso troppo poche sono le risorse che la nostra mente percepisce di avere e altrettanto scarso è il supporto ambientale che ci viene proposto. Il mix di questo sbilanciamento tra le richieste ambientali da una parte e le poche risorse percepite dall’altra, se prolungato nel tempo genera un fattore comunemente chiamato stress, le cui correlate complicazioni neuropsicologiche compromettono le “funzioni esecutive”, ossia le nostre capacità di pianificazione e controllo.

In aiuto, in attesa di una vita più igienica sul piano mentale, potrebbero venirci dei presìdi. Non è un caso che alcune case automobilistiche abbiamo già pensato a sistemi per cui, una volta fermi, se un certo tipo di peso sollecita il sedile con il bambino, suona un allarme.

Rimane il dramma infinito di una famiglia, e il fatto che tutti noi dobbiamo sempre ricordarci, soprattutto in queste circostanze, quanto si faccia parte della dolorosa e imperfetta condizione umana. Nessuno escluso.

fonte web









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